LÉON DEGRELLE E IL REXISMO

 

 

 

Giovedì il 24 gennaio 1935 per la prima volta incontrai Léon DEGRELLE, senza averne, a quanto pare, conosciuto precedentemente il nome. Infatti, la casa editrice denominata "Rex" con sede a Lovanio mi propose una riedizione d'uno dei miei libri e per concludere l'affare decisi di recarmi in quella città universaria, sicché altri due scrittori e amici miei – Pierre NOTHOMB e Max DEAUVILLE,– pure essendo in fase di trattativa con la stessa Società, suggerirono d'andare tutti e tre insieme a vederne il direttore. Lo trovammo in mezzo al brusio frusciante di dattilografe all'opera, in un appartamentino trasformato in ufficio, al fianco della piazza principale, e andammo poi tutti a pranzo a Winksele, sulla strada per Bruxelles.

Non avendomi lasciato – confesso – quel primo incontro con Léon DEGRELLE un'impronta fuori dell'ordinario nella mia memoria, non mi resta ormai niente degli argomenti quella volta da noi affrontati e sarebbe difficilissimo dire sinceramente, quale impressione mi fece allora. L'essenziale era che ci trovammo d'accordo a proposito del mio libercolo, e tornai a Bruxelles in auto coi miei amici, senza più attribuire importanza a quella visita.

Tre mesi dopo mi capitò di rivedere DEGRELLE a Bruxelles. Una sera oziosa esitavo, infatti, fra il cinema e una riunione politica: quest'ultima si sarebbe svolta al Regio circo, e avevo già ricevuto l'invito. Optai per il circo, tanto per cambiare. Ci si teneva un gran comizio rexista, la sala era piena e su un ampio podio rosso che si ergeva in mezzo all'arena, ci si susseguivano vari oratori: Pierre NOTHOMB, che parlò a lungo, cercando ingegnosamente di dimostrarci d'essere stato predecessore del capo rexista; un domenicano, padre L..., che distesamente ricamò le fioriture di un'arzigogolata eloquenza; e Paul CROKAERT, ex ministro, che tuonò con magnifico vigore contro il prepotere del denaro, concludendo con un emozionante appello alla gioventù; ed in seguito – Léon DEGRELLE...

Ricordo d'essermi sentito impressionato, quella volta. Quanto fervore nelle parole, quanta convinzione e forza nei ragionamenti di quel giovanotto! Ne uscivo proprio incantato e, parlando con un amico, notai: "Risulta che il Partito cattolico ci ha trovato una recluta che gli sarà preziosissima." – "E sì,– rispondeva il mio compagno,– ammesso, però, che non lo si lasci scappare, in quanto questo ragazzo mi sembra indisciplinatello."

Chi m'avrebbe allora detto che un anno dopo assieme a Léon DEGRELLE mi sarei lanciato in una grande avventura?

Poi non lo rividi più durante alcuni mesi, pur interessandomi da lontano alle sue attività che destavano in noi sempre più meraviglia. Trattenuto dalle preoccupazioni per la salute d'un essere a me molto caro, dovetti sospendere i miei grandi viaggi e, scombussolatissimo in mezzo a tale immobilità imprevista, ero in attesa di un'avventura dal volto nuovo, quella che non è mai aspettata in vano, se uno sa metterci, nella ricerca, dell'immaginazione.

Ho appena riletto un libro, che diedi alle stampe nel '32 – "Europa a pezzi",– in cui esposi parecchie mie riflessioni e insegnamenti, tratti dai viaggi, e al giorno d'oggi in quell'operetta, ci ritrovo dei giudizi quasi profetici, anche se non mi permetto di boriarmene. Effettivamente, ci davo delle strigliate, fra l'altro, al parlamentarismo, il che non toglieva, però, che concludessi così: "Tutto ciò non impedisce che la politica sia il più appassionante dei giochi umani e che un giorno ci possa capitare di soccombere alle sue attrattive..."

Com'è che ci sono arrivato, dunque? La mia conversione è datata col marzo '36 – mese, in cui aderii al Movimento rexista, risultando due mesi dopo – a mia propria massima sorpresa – deputato, ossia, come si dice da noi, "rappresentante" di Bruxelles. Legare un errabondo all'attracco – questo fu un altro miracolo praticato da DEGRELLE.

Come lo dimostrai nel mio libro del '32, da parecchi anni aspettavo davvero che si producesse nel mio paese l'effetto di quel gran movimento europeo, le cui palpabili manifestazioni, le avevo scoperte presso tante nazioni e al quale – mutatis mutandis – non ne scapperà nessuna di esse. Come l'influsso della Rivoluzione francese fu esercitato sulle corti ottocentesche persino nei paesi, i popoli dei quali non la subirono per niente, e piegò anche le più remote monarchie assolute alle necessità della democrazia e della rappresentanza parlamentare, così – ne avevo acquisito la convinzione – tutti gli Stati d'Europa avrebbero dovuto avvertire più o meno le ripercussioni dello sconvolgimento che aveva già da due decenni a quella parte trasformato parecchi di noi. Era indispensabile quindi prevederlo, mettendo le mani innanzi e adeguandocisi. Credevo, in effetti, da lungo nella necessità d'una crisi politica e nel beneficio che indubbiamente potesse recare al nostro continente. "Dopo tutto – ha scritto di recente il conte SFORZA– può darsi, che questa non sia che una crisi salutare, un po' analoga a quella della Riforma, raddoppiata dal furore religioso tanto orribile, e in tutto questo tumulto, si dovrebbe, forse, scorgerci un segno di rinnovamento. Chi è che sarebbe in grado d'affermare che l'unione delle nazioni europee non sia stata facilitata dalla Guerra, in particolare – dalle turbulenze, da essa provocate, nonché dal lento scivolamento della Russia verso l'Asia?" Aspettando l'insorgere nel Belgio di processi che corrispondessero a codesto gran movimento, ero risoluto d'abbracciarlo, qualunque ne fossero le origini e le persone che ne avessero compreso il bisogno... Questi ultimi erano giovanotti staccatisi da quella che ancora il giorno prima veniva designata come la "destra". E quindi non esitai, poiché stava nascendo allora un mondo nuovo, come durante la parentesi ventennale racchiusa fra la fine del Quattrocento e gli albori del Protestantesimo.

Francamente parlando, non ho mai nutrito l'ambizione di diventare uomo politico professionale, giacché intendo essere e rimanere un "letterato che fa della politica" – si rende proprio così la sfumatura, cui ci tengo parecchio. E quanto più ho osservato la macchina parlamentare dappresso, tanto più ho sentito dentro di me stesso crescere il disprezzo che provavo nei riguardi dei politici, domandandomi con stupore, come mai il Sig. H... oppure il Sig. C..., conoscenti miei e persone ragionevolissime, oneste e d'indole distinta, siano potuti andar avanti – da 30 o 40 anni a questa parte – senza esternare troppo disgusto in mezzo a tutte quelle sozzerie e vigliaccate che io scopro quotidianamente.

Il diabolico è, che, una volta messo piede in codesta bagarre con un sentimento un po' barresiano e col desiderio di compiere un "viaggio nella Politica", come in precedenza avevo intrapreso quelli in Cina e nel Congo, mi lasciai presto prender la mano alle mie proprie esperienze, sicché, scettico com'ero stato, presi le parti e, pur non avendo avuto nemici in precedenza, me ne ottenni a centinaia. Scoprii, però, anche la sensazione nuova di un'ammirevole fraternità, il che indubbiamente fece sì che poco a poco mi legassi con tutte le mie forze ad un movimento, il quale – seppure ai miei occhi fosse tanto improvvisato – mi comunicava l'impressione di incontrare il cuore delle masse, allacciando con tanta brava gente i rapporti di fiducia indimenticabili e provando ad un tratto la commovente illusione di poter servire una causa comune, mentre migliaia di persone riponevano in me una parte delle proprie simpatie e aspirazioni, sicché arrivavo a conoscere un conforto, recante una gioia dell'anima tale, da superare tutto quel che avevo potuto prevedere.

Quello rexista è un movimento formidabile, in quanto caratterizzato al tempo stesso dalla profondità umana e dalla freschezza, che lo pongono assolutamente al di fuori delle norme della politica, risiedendo in ciò, d'altronde, pure la ragione, per cui i suoi avversari lo capiscono così male e lo combattono con quella mancanza di destrezza che stupirà fra qualche anno coloro che vorranno esaminare questo fenomeno della vita belga.

Infatti, pur essendo il detto Movimento ormai crollato e scomparso, il soprassalto rexista è stato tanto violento, ha contrassegnato la politica nazionale d'un'impronta così forte e finora sta esercitando una tale influenza – sopratutto indiretta (fra l'altro, tramite i provvedimenti legislativi, la cui adozione è stata da esso imposta al Governo) – sulle idee delle persone che dirigono lo Stato, sulle lotte partitiche e finanche sull'esistenza tradizionale del regno, che gli storici dovranno in seguito tenerne conto e analizzarlo. E siccome la singolare rapidità prodigiosa della crescita del Movimento rexista sarà una delle manifestazioni, che li stupiranno massimamente, vorrei – in codesto libro – segnalarne alcune tappe.

Un anno fa il Movimento rexista era quasi inesistente, intanto che al giorno d'oggi, invece, esso suscita l'estremo interesse in tutt'Europa. Come mai? E proprio questo tenterò di far capire sulle pagine seguenti.

Ah! quant'è mutata l'atmosfera da qualche mese a questa parte! Ve ne rendete conto? La gente desiderosa di assorbire le realtà, getti un'occhiata indietro. Meno d'un anno fa, verso l'aprile '36, nel Belgio, ci si avviava la campagna elettorale, ed il grande pubblico cominciava a conoscere il nome del Movimento rexista.

Ci si sorrideva, mentre gli ottimisti dicevano: "Può benissimo darsi che riusciranno a riscuotere 4 oppure 5 seggi." E credo, proprio l'on. Victor de LAVELEYE, da allora presidente del Partito liberale, cercasse con uno sdegno perfetto di sconsigliare gli elettori dallo sciupare i loro voti, dicendo pressappoco così: "Ammettendo persino che il Movimento rexista ci ottenga un solo eletto, cosa volete che possa farci, quello sciagurato, solo soletto?" Ed invece ognuno tiene in mente il vivo ricordo del responso dato dal popolo belga: il gruppo rexista entrava d'un botto nel Parlamento, occupandoci le posizioni quasi pari a quelle del Partito liberale.

Questo fatto clamoroso ebbe quanto meno un vantaggio: quello di provocare nel mondo intero e poi – per rimbalzo – nel Belgio medesimo un impulso di vivacissima curiosità intorno al Movimento rexista. In seguito dovemmo compiere una dura opera organizzativa in profondità. In politica, ben certo, non ci si segue sempre una linea tutta continua, ma ci s'incontrano gli alti e i bassi.

La giornata dell'11 aprile '37 e l'incontestabile fiasco di Léon DEGRELLE alle elezioni parziali, da lui provocate a Bruxelles, costituiscono un episodio rilevantissimo, il quale graverebbe con un gran peso sulle sorti del Movimento rexista, non fosse per gli insegnamenti che ha recato e le lezioni che ha impartito.

Quel giorno, in effetti, il rexismo subì un attacco che gli sferrarono tutte le forze alleate nella coalizione, e cioè: i vecchi partiti raggruppati senza eccezione alcuna in un solo blocco, il Governo, tutti i centri del potere finanziario, la maggior parte della stampa nazionale e di quella straniera, l'episcopato e, a quanto sembra, persino la Corte. Con una veemenza mai vista prima vennero impiegati tutti i mezzi più potenti, sicché nessun altro partito sarebbe stato in grado di reggere ad un assalto del genere. Cionondimeno, il Movimento rexista ci resistette, conservando quasi intatte le prorpie posizioni dell'anno precedente. Sembra, dunque, incontestabile che, se nel '36 numerosi voti furono raccolti in seguito ad una campagna improvvisata e in un impeto sentimentale che alcuni potevano pur credere privo di futuro, i voti ottenuti, invece, nel '37 dopo una tale opera d'intimidazione dovevano inequivocabilmente rappresentare solo gli irriducibili, costituenti un blocco solido e risoluto, il che costituiva un fatto, carico di una grandissima importanza morale, dimostrando quale trasformazione si era prodotta nella popolazione di Bruxelles – la capitale.

Essendo eccezionalmente sintomatico, questo mutamento profondo negli animi va sottolineato innanzitutto. Infatti, il Movimento rexista si è integrato così perfettamente nella vita belga, tanto risponde alle necessità del momento e ha compiuto tali progressi nelle menti, che non è più possibile (tranne che per certuni politici che non capiscono mai un accidente) immaginarsi, quali aspetti potrebbe assumere la politica belga in assenza del Movimento rexista. Vi figurate un ritorno al fiacco equilibrio fra i tre vetusti partiti coi "capoccioni" che fan le fusa, banchieri maneggioni e faccendieri di mezzatacca che si dan da fare negli affumicati locali secolari delle associazioni?

Vorreste vederci tornare indietro a quelle scialbe mischiate delle idee più obsolete sulle pagine della stampa destituita di opposizione, a quel vivacchiare grigio, a quel parlamentarismo addormentato e a tutto quel tetro polverume che in mezzo al mondo nuovo continuava ad offuscare i colori sgargianti della patria che soffre, essendo così sminuita?

E' venuta l'aria fresca, e l'ha respirata con gioia il vero popolo, il quale, avendo atteso questa rinascita e avvertendo il bisogno di novità e di speranza, un po' pauroso e un tantinello sorpreso dapprima, ci si è rivolto subito a cuor aperto e ha capito la cosa che i suoi padroni di ieri – ovvero quelli che verranno rimpiazzati domani dal popolo stesso – ancora mancano di capire, poiché è al di sopra del loro metro mentale e consiste in quella realizzazione che sono incapaci di ammettere, in quell'evidente verità, la quale, come ogni verità troppo inaspettata, li abbaglia, ma è, invece, vivamente sentita dalle masse, viene fatta propria da esse, ne procura il pieno sviluppo di tipo nuovo ed è pronta a fornire loro –adesso – una forza invincibile, in quanto alla base di tutte le riforme sociali e materiali che la rivoluzione europea impone al Belgio, come a tutte le altre nazioni, ci stanno attualmente una grande idea di fede nazionale, un'unica volontà e alti impegni morali e spirituali.

Va ricordato che per le elezioni nel 1912 i liberali ed i socialisti belgi si unirono in un "cartello", il quale – così si preannunciava – avrebbe dovuto schiacciare la potenza dei cattolici. Per i neoalleati l'avventura finiva con un disastro. In quei tempi, agli occhi dei borghesi, i socialisti apparivano altrettanto terrificanti, quanto oggi i comunisti, e alle danarose vedovelle di allora, lo stesso on. VANDERVELDE gli sembrava ancora un uomo pericoloso. Pure gli elettori liberali, pieni di paura di fronte alle prospettive di una siffatta lieta brigata, fecero a gara a chi era più svelto a scappare dalle file del partito dell'on. HYMANS e a votare per i cattolici, i quali d'un botto ottenevano la maggioranza assoluta più che mai imponente.

Anche oggi si vedono alcuni politici di sinistra adescare una manovra dello stesso genere – di fronte a quella che definiscono così bene "minaccia rexista", avendo scartato solo la parola "cartello", che richiama i penosissimi ricordi lasciati, e usando, invece, l'espressione "fronte comune" dall'apparenza più moderna; sicché sono i socialisti e i comunisti quelli che voglion allearsi stavolta. Ma in fondo in fondo la situazione risulta uguale: imborghesitisi e "capitalisticizzatisi", i socialisti belgi hanno, in effetti, preso il posto dei liberali, i quali invece sono ormai ridotti a pane e acqua, mentre i comunisti – costoro che bazzicano dal Re! – sono attualmente assai meno orrendi di quanto lo abbiano sembrato i dirigenti del Partito Operaio Belga nel 1912. Queste, le evoluzioni della politica.

Comunque, pare sicuro che il primo effetto, prodotto dal futuro cartello socialcomunista – che sia denominato "fronte comune" o altrimenti – sarà quello di spaventare un nutrito numero di socialisti, buona gente pacifica, operai diventati piccoli proprietari, modesti impiegati, intellettuali proletari ed altri, che si affretteranno a lasciare – senza rimpianto – le file marxiste, poiché in politica, ci s'approfitta tanto spesso degli errori commessi dagli avversari, quanto di quelli, fatti per iniziativa propria.

Pur essendo in piena decadenza, i tre partiti storici, che per qualche tempo circoscritto si potrebbe sempre chiamare i "tre grandi partiti", avrebbero, forse, potuto seguitare a vivere ancora durante un certo periodo nelle forme del passato, se il paese avesse ritrovato la prosperità e non fosse insorta alcuna minaccia né dall'interno, né dall'esterno, ma a risultato della crisi, dell'instabilità, dei loro errori, della loro debolezza, del loro esaurimento e sopratutto della loro sbalorditiva incomprensione del mondo moderno se ne distolsero già nel maggio '36, sull'istante, parecchie migliaia di cittadini.

Se un domani insorgesse la minaccia, rappresentata dal fronte comune, gli schieramenti dei cattolici, liberali e socialisti conservatori (già, proprio così va denominata la frazione di destra dei socialisti belgi) sarebbero percorsi dallo spavento e, inevitabilmente rendendosi conto – di rimbalzo – della debolezza dei vecchi partiti e della decadenza di tutt'e tre di loro, queste persone cercherebbero rifugio al fianco di chi sembrerà loro il più energico, il più forte, il più giovane e il più promettente – nell'ottica d'un avvenire, adeguato ai bisogni del tempo.

In verità, col fronte comune o senza, m'auguro che il Movimento rexista diventi l'asse di un ampio raggruppamento nazionale moderno, il quale (col fronte comune – più presto ancora) possa inglobare la grande maggioranza del paese e far compattarsi dalla parte avversa gli elementi di estrema sinistra, in quanto una formazione nazionale, simile a quella dei rexisti, è veramente indispensabile, mentre il suo nome, del resto, importa assai poco.

Può darsi che fra poco nel Belgio, ci saranno solo due partiti: quello della Nazione, il quale si sarà adeguato alle nuove formule, e dirimpetto – un raggruppamento socialista–comunista che formerà l'opposizione.

E così si tornerebbe a quello che è il normale equilibrio politico in un paese come il mio: Governo da una parte e opposizione – dall'altra, intanto che i vecchi partiti scomparirebbero a causa di non aver saputo adeguarvisi. Sicché le due aggregazioni si ritroveranno faccia a faccia – così, come nel Belgio sin dalla Rivoluzione brabantina, ci sono sempre stati due aggruppamenti che potevano pur portare nomi diversi.

E nel quadro di questa divisione sembra auspicabile che il Movimento rexista sia una delle forze più potenti e durature. Effettivamente, da una parte, il Belgio ha il gusto di formule audaci, dell'equilibrio ragionevole e del sano regime democratico, cui possa adattarsi e che gli consenta di lavorare nel mondo rinnovato,– tutte cose, alle quali potrebbe contribuire il Movimento rexista. Dall'altra parte, invece, questo paese riconosce apertamente il proprio istintivo orrore per le avventure all'estero (mentre il fronte comune vorrebbe agganciarci all'alleanza franco–sovietica!), come pure per il disordine, instabilità, oppressione e attentati qualsiasi alla libertà, detestando l'anticlericalismo (che provocò la scomparsa del Partito liberale e ritardò il pieno sviluppo del Partito socialista) e provando timore per le dittature. Se c'è, però, una dittatura da temere al giorno d'oggi, vogliamo ammetterlo, è quella di sinistra, piuttosto che di destra!

Si dovrà ripetere, a 'sto proposito, che il Movimento rexista non desidera dittatura, non volendo, però, neanche il casino attuale? Pretende, infatti, di promuovere un regime popolare – il che non esclude mica né ordine, né proprietà, né autorità. E le grandi masse del popolo belga hanno la stessa aspirazione che il Movimento rexista, il quale – proprio poiché così bene risponde a questo sentimento profondo – riscosse sin dalle sue origini l'approvazione di circa 300mila cittadini, reduci da tutti i vecchi partiti.

P. D.

Bruxelles, aprile 1937.

 

 

Asociación Cultural "Amigos de Léon Degrelle"

"Friends of Léon Degrelle" Cultural Association